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GDO e programma di sostenibilità del vino, partner o sconosciuti ?

Pubblicata da Opera il 25/05/2021

La vulnerabilità e volatilità socio-economica delle produzioni alimentari nazionali è alla base della perdita di competitività.

Oggi è necessario cambiare le strategie manageriali produttive per muoversi nella direzione di sistemi di produzione economicamente ed ambientalmente, sostenibili in grado di conservare il patrimonio culturale e territoriale, le risorse genetiche e le nicchie di produzione locali.

E’ in questo contesto che la certificazione di sostenibilità apre nuove opportunità di mercato. I produttori italiani devono produrre un made in Italy di qualità e sostenibile che includa tutti gli aspetti della sostenibilità, della nutrizione e della cultura della dieta mediterranea .

Sulla base del report dell’Alta Scuola dell’Economia dell’università cattolica (Altis) la maggior parte delle insegne di supermercati operanti in Italia s’impegna concretamente nella sostenibilità attraverso programmi formali (Altis, Report di ricerca 1, 2021)

In parallelo il settore agro-food nazionale da più di un decennio ha sviluppato altrettanti programmi forse raggiungendo percentuali (non mi risultano studi analoghi, in completezza, di quello svolto da Altis). Punti in comune? Uno di certo, la frammentazione delle iniziative con il risultato di ottenere meno benefici sociali e ambientali rispetto a quanto promesso e, l’azione appare di solo marketing (sostenibilità economica). Come nel gioco della tombola, si ha l’impressione che molti peschino dal bussolotto un marchio di certificazione mentre i più scaltri non scelgono a caso!

Osservando le produzioni primarie sostenibili e in particolare il vino certificato nell’ambito del Programma VIVA, standard fortemente integrato agli SDGss, emerge che dovrebbe essere necessario promuovere subito la convergenza e l’armonizzazione dei programmi di certificazione verso programmi comuni pubblico-privati. Potrebbe essere necessario anche semplificarli per facilitare l’estensione dell’applicazione a tutta la filiera, per migliorarne la comunicazione e avere maggiore coinvolgimento dei consumatori, per promuovere l’educazione e la formazione alla sostenibilità per tutti gli operatori al fine di realizzare un vero e proprio network a livello nazionale che realizzi questo cambiamento. Questo approccio richiede interventi pubblici e privati, incentivi finanziari, misure tecnologiche e in parallelo, interventi partecipativi di imprese di riconosciuta reputazione.

Dal punto di vista tecnico-scientifico tutto è pronto. L’obiettivo può essere effettivamente raggiunto perché tradizione, capacità imprenditoriale, cultura e conoscenza scientifica sono già serviti sul tavolo. Aspettiamo una chiara direzione operativa legislativa che renda questo piatto, ricetta prelibata e nutritiva! E sembra che l’ambizione del decreto rilancio del nostro governo, il programma Next Generation, Green Deal e Farm to Fork vadano in questa direzione.

Comunque non mi lesino dal chiedere in particolare proprio alla grande distribuzione, di rivedere le politiche di marketing in questa direzione. Così facendo, ancora una volta, la GDO si distinguerà nel mantenere quello spirito di anticipazione che ha promosso nei precedenti decenni il miglioramento della qualità delle produzioni primarie ma con un accento in più. Far convergere e armonizzare i programmi di sostenibilità vuole dire riconoscere i produttori agricoli (e non solo i propri clienti e operatori) come partner proattivi del cambiamento e così facendo riconoscerne tali anche i suoi stakeholder di servizio tecnologico chimico, genetico e meccanico che mantengono viva l’agricoltura italiana.

Un desiderata che appare oggi più che mai essenziale per affrontare le nuove scommesse che se non verranno vinte, beh, penso che oggettivamente ci aspettino scenari tra i peggiori.

 

Filippo Colivicchi
filippo.colivicchi@gmail.com
Centro di ricerca Opera